[IT] Omelia/Homilia kard. Mario Grecha wygłoszona 20 marca 2022 w Świątyni Opatrzności Bożej
SE NON VI CONVERTIRETE
Varsavia, 20 marzo 2022
Se il cammino ecclesiale è segnato dai primi passi del percorso sinodale, la vita dell’umanità sta attraversando la drammatica situazione della pandemia e la «folle» minaccia di una guerra nel cuore dell’Europa. Il Santo Padre ha affermato con forza che «la guerra è una pazzia». È una situazione, quella della guerra in Ucraina, per la quale il vostro paese si trova in prima linea nel cercare di dare accoglienza e sostegno ai profughi. Ebbene la Parola di Dio di questa domenica cade proprio in questo campo, che è la Chiesa e il mondo, e attende «il terreno buono» della nostra vita di credenti, di discepoli e discepole di Gesù, per portare frutto «il cento, il sessanta, il trenta per uno» (Mt 13,8).
Come un credente legge gli avvenimenti che accadono nella propria storia e nelle vicende dell’umanità? Delle persone riferiscono a Gesù che alcuni abitanti della Galilea sono stati uccisi dai dominatori romani.
Nella sua risposta, Gesù non si ferma sui fatti di cronaca ma invita i suoi interlocutori a saper riconoscere il tempo presente e a convertirsi. Egli non dà giudizi morali sulle persone coinvolti nei fatti di cronaca e nega categoricamente che le sciagure che accadono nella storia siano una punizione di Dio per il nostro peccato. Il brano del Vangelo è quindi un invito a convertire il nostro sguardo su Dio e sulla storia.
Gesù ci invita a leggere ciò che accade nel nostro tempo non «scaricando» su Dio la responsabilità, ma riconoscendo in ogni istante il tempo propizio per la conversione. I fatti che segnano la nostra storia, anche la pandemia o la guerra, sono il tempo per convertirci a Dio, per vivere la nostra adesione a lui, per diventare oggi «testimoni» del Vangelo nella storia dell’umanità.
Nel Documento Preparatorio «Per una Chiesa sinodale» per diverse volte ricorre il termine «conversione». Ciò significa che la sinodalità richiede una conversione … una «conversione sinodale». Afferma il Documento: «per “camminare insieme” è necessario che ci lasciamo educare dallo Spirito a una mentalità veramente sinodale, entrando con coraggio e libertà di cuore in un processo di conversione senza il quale non sarà possibile quella «continua riforma di cui essa [la Chiesa], in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno».
Il Sinodo che la Chiesa universale sta vivendo appartiene al messaggio centrale di Gesù e del Vangelo. Infatti la via cristiana non è altro che un cammino di continua e costante conversione a Dio e alla sua Parola. Se leggiamo con attenzione il Documento Preparatorio, la conversione è una dimensione permanente della vita della comunità cristiana ed è innanzitutto una «conversione sinodale», un rinnovamento della vita ecclesiale capace di «esprimere» il vero volto del Vangelo, dell’annuncio del Signore Gesù.
Ma qual è la radice di ogni conversione? La conversione fondamentale consiste nel convertire il volto del Dio in cui crediamo. La parabola del fico sterile ci conduce ad un passo fondamentale nella scoperta dello «stile di Dio». Noi dobbiamo costantemente convertirci allo «stile di Dio». Il Santo Padre nel suo discorso di apertura del percorso sinodale ha detto: «torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Dio sempre ha operato così. Se noi non arriveremo a questa Chiesa della vicinanza con atteggiamenti di compassione e tenerezza, non saremo la Chiesa del Signore. E questo non solo a parole, ma con la presenza, così che si stabiliscano maggiori legami di amicizia con la società e il mondo (…). Il Dio che si rivela in Gesù è quel contadino di cui parla Gesù nella parabola che si rifiuta di tagliare l’albero: è il Dio che lascia tempo, che dissoda e concima il terreno perché il fico possa portare frutto. Il Dio di Gesù è un Dio che scommette sull’umanità, scommette su di noi, e ci dona il tempo della conversione.
Spesso noi coltiviamo nel nostro cuore l’immagine di un Dio punitivo e impaziente, che emana sentenze contro chi sbaglia, contro chi non porta frutto. Il Vangelo di questa domenica ci dice, invece, che il nostro Dio è paziente (cf. Sap 15,1), anzi, è all’opera anche lui perché noi prossimo portare frutti. Il volto di Dio che abita il nostro cuore è colui che dice: «taglialo!». Il Dio di Gesù è colui che dice: «lascialo ancora quest’anno… se non porterà frutto tu lo taglierai, non io».
È questo stile longanime di Dio il fondamento del nostro cammino sinodale. La sinodalità è «la via lunga» attraverso la quale le comunità cristiane possono imparare e vivere nel presente lo stile di Dio, che, come ci ricorda il Santo Padre, è «vicinanza, compassione, tenerezza». Il percorso sinodale è riflesso nella vita della Chiesa e delle nostre comunità della longanimità di Dio, della sua pazienza: è lavoro di aratura, di dissodamento delle zolle indurite, di concimazione del terreno, perché la vigna del Signore possa portare frutti abbondanti e la Chiesa sia sempre quella vite rigogliosa e feconda il cui vino può donare al mondo la gioia del Vangelo.
Cari fratelli e sorelle, i rumori di guerra che toccano il cuore dell’Europa, il grido degli afflitti costretti ad abbandonare le proprie case, hanno a che fare con il nostro percorso sinodale. Infatti una Chiesa sinodale diventa «un segno profetico» per l’umanità intera, un segno di pace, di unità, di concordia. Afferma il Documento Preparatorio: «una Chiesa sinodale è un segno profetico soprattutto per una comunità delle nazioni incapace di proporre un progetto condiviso, attraverso il quale perseguire il bene di tutti: praticare la sinodalità è oggi per la Chiesa il modo più evidente per essere “sacramento universale di salvezza” (LG, n. 48)(DP 15; cf. anche n. 9). Solo «una Chiesa capace di comunione e di fraternità, di partecipazione e di sussidiarietà, nella fedeltà a ciò che annuncia, potrà mettersi a fianco dei poveri e degli ultimi e prestare loro la propria voce» (DP 9). I tempi che stiamo vivendo ci spronano quindi a spingerci sempre più con maggiore impegno, forza e coraggio nel cammino sinodale, come responsabilità delle comunità cristiane nei confronti dell’intera umanità. E devo dire che in questi giorni visitando alcuni centri per i profughi nelle vostre parrocchie, ho constato tutto cio!
Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito della liturgia di oggi a convertirci alla longanimità di Dio, per annunciare anche nei nostri tempi travagliati che è possibile portare frutti di vita e di speranza. La Madre di Dio, regina della pace, ci sostenga nel nostro commino, perché sappiamo aprire i nostri cuori a quell’azione dello Spirito Santo che sola può trasformare l’acqua della nostra fedeltà e del nostro impegno nel vino buono del Vangelo e della gioia per il mondo intero.
